La piccola Amelie è un film dal tratto di una tenerezza rarissima. A sostenere un impianto visivo tanto delicato c’è una grande scrittura e un personaggio assolutamente originale e riuscito. Sicuramente una delle voci narranti migliori del cinema recente che riesce a raccontare più di quello che ci si potrebbe aspettare.

TITOLO: La piccola Amélie
TITOLO ORIGINALE: Amélie et la Métaphysique des tubes
ANNO: 2025
REGISTA: Maïlys Vallade, Liane-Cho Han
DURATA: 77 min
PAESE DI PRODUZIONE: Francia
Così come il disegno senza tratti, l’intero impianto estetico de La piccola Amelie travalica i bordi. Gioca con le forme, con i colori, con le prospettive, con i suoni, plasmandoli come materia dalle infinite possibilità. La realtà nelle divine mani di Amelie è una realtà totalmente duttile, morbida. È una continua scoperta, nostra e dei personaggi, con innumerabili sequenze di grandi trovate registiche e di messa in scena. Il punto di vista di Amelie, la sua voce diventano il nostro punto di vista e la nostra voce nella storia. La sua divinità è la nostra divinità, di ognuno. E finalmente riusciamo a vedere: è il mondo, l’esistenza in sè stessa ad essere divina.
Una poetica allucinante, commovente, profonda e veramente disarmante. E in tutta questa complessità riesce ad essere divertente, triste, giocoso, riflessivo, comico…è davvero in tutto privo di confini. Difficile da definire, da incasellare perché straborda, esonda con la sua fantastica intelligenza e sensibilità. Ci sono tanti conflitti che tengono attaccati allo schermo, inchiodati a quel che vediamo. La bambina e la divinità, il mondo interiore e il mondo esteriore, la realtà e la metafisica.

Nonostante la lunghezza contenuta riesce a presentarci intere esistenze, fatte di gioie e dolori, perdite e amori. Un concentrato di cinema, un estratto artistico. Talmente delicato da uccidere, abbatte ogni muro eretto a difesa del proprio cuore riuscendo a raccontare uno spaccato giapponese in una vita da occidentali.
Altri grandi protagonisti, oltre alla famiglia belga, sono proprio i loro legami in questo Giappone di fine anni ‘60. Il rapporto con l’altro diviene imprescindibile per vivere davvero. Ma nonostante si concentri su un nucleo di personaggi ridotto, il film riesce a trascendere la singolarità per raccontare qualcosa di universale. A volte con un’essenza che sconfina davvero in un altrove.
“Credo che soffrisse della malattia del trattenersi.” dice Amelie rivolto ad un particolare personaggio.
“Era questa la vita? Una grande bocca vorace che non trattiene nulla?” Razionalizza Amelie prima della scoperta. Ma è fondamentale creare un contatto non solo col mondo ma anche con gli altri. Non si deve mai smettere di creare relazioni, veri contatti con le persone, poiché i ricordi rimarranno per sempre. Ricercare dei legami a prescindere dalla propria storia. Legami passati, presenti e futuri.
“Vedere tutto, sentire tutto, offrire tutto l’amore possibile di una vita.”
“Perciò non sono Dio, ma credetemi è molto più divertente così.”






