È il terzo lungometraggio di un grande giovane regista che ha realizzato altri due interessantissimi film di genere (A classic horror story 2021 e Piove 2022). Con sapienza tecnica e perizia narrativa, Paolo Strippoli torna con un nuovo grande horror italiano che ancora una volta mostra tutta la potenza del genere.

TITOLO: La valle dei sorrisi
TITOLO ORIGINALE: La valle dei sorrisi
ANNO: 2025
REGISTA: Paolo Strippoli
DURATA: 122 min
PAESE DI PRODUZIONE: Italia
Una fotografia cupa che si fa luminosa solo in determinate occasioni, come illuminata dal divino. Una bianca luce artificiale. Così anche la colonna sonora è costruita in modo chirurgico. Il penzolare di una corda tesa ci avvinghia dall’inizio del film, creando un sottofondo ansiogeno che sfocerà poi nel suo climax sul finale.
Grazie ad una scrittura minuziosa e profonda, tanto allucinata quanto precisa, veniamo travolti da ciò di cui ci troviamo inermi spettatori. Nella Valle dei sorrisi non si può che essere felici. Ghigni taglienti restano lì a fissarti, in attesa di infettarti.
“A noi piacciono i sorrisi.”
Ma nel cortocircuito paradossale che costruisce ed esplora il film, tutti gli abitanti del paesino non possono proprio che essere infelici. Nessuno piange e il dolore è peggio di una malattia da debellare. Ma la cura necessaria per estirpare questo male esiste e si chiama Matteo, assurto a idolo locale. Ma la cancellazione del dolore corrisponde ad una cancellazione di sé. Rimozione non significa superamento.
Diviene subito chiaro, e il film lo rappresenta magnificamente, che il potere di Matteo altro non è che una droga spacciata per salvezza.
“Vuole smettere di soffrire?” Viene subito domandato al nostro protagonista Sergio per liberarlo dai suoi mali interiori.

Ecco la droga chiamata felicità, con tanto di sintomi di astinenza che poi sfoceranno in pura violenza. L’abbraccio che toglie la sofferenza del mondo. Tutti in attesa della propria dose di antidolorifico contro la vita, il vivere è così depurato da tutte le sue impurità. Ma non c’è solo questo, non solo dipendenza ma anche religione, che qui vanno a braccetto.
L’idolo che dà il nome a La valle dei sorrisi è diverso dal mondo che lo circonda. Angelo di dio ma anche segno del diavolo. ll ragazzo speciale, un emarginato che diviene oracolo, salvatore. Matteo è il diverso per eccellenza. Diverso fuori (visto dagli altri) e diverso dentro (ciò che lui stesso sente e prova). Il figlio di Dio che soffre per noi e che si fa carico di tutta quella sofferenza, di tutti quei traumi.
“Tutto questo dolore che fine fa?” chiede preoccupato Sergio nella prima parte del film.
Quesito che troverà risposta solo sul finale, quando diventerà chiaro: non faceva che accumularsi dentro il ricettacolo. Niente sparisce, mai. Ma tutti fingevano di non sapere. Usare e venerare appaiono concetti quanto mai vicini.

Emerge anche la tormentata figura dell’eretico. Lui ha dato la sua personale risposta al quesito diavolo o angelo.
“La bestia che sale dalla terra toglie il dolore, annienta dio. Perché dio si trova soprattutto nel dolore.”
Ma non importa che dica falsità, verità o mezze verità. La sua voce deve essere sedata.
Questa deriva cristologica distorta deforma persino l’idolo di quella venerazione. Matteo viene fatto marcire da quelle stesse preghiere. Una turpe metamorfosi da manipolato a manipolatore. Ogni dio è immagine dei propri fedeli e viceversa.
“Tu sei l’angelo di Remis.”
“Non sono un angelo, sono un mostro.”
E quando il dio sta per essere divorato, sarà lui a divorare ogni cosa. In questo ribaltamento del divino in diabolico, il miracolo si è trasformato in un patto. Non più donato ma dato in cambio di qualcosa. Cedere insieme al dolore, sé stessi.






