Fuori c’era il nulla. Ormai nel mondo tutto era in rovina, la fine di ogni cosa. Solo un miracolo avrebbe potuto cambiare le cose, una speranza: la salvezza dei credenti.
Una sussurrata luce proveniente da una remota e dimenticata casupola disturbava il niente che la circondava. Le sporche finestre brillavano, illuminando per pochi passi il buio e il silenzio di fuori. Là, oltre quelle quattro mura, rimaneva solo oscurità. Dentro si muoveva qualcuno.
Il massiccio tavolo di legno sembrava essere l’unica cosa ancora reale, persino più reale di quella stramba dozzina radunatasi per l’occasione. Erano tutti in attesa di qualcosa, o qualcuno. Non una parola, non un rumore. Poi arrivò, come un’apparizione. Si mise al tavolo in mezzo a quel gruppo venuto apposta per lui che, intanto, era stato preso da una nervosa agitazione. Bastò un semplice gesto del nuovo arrivato a placare gli spiriti.
Si iniziò a mangiare mentre, con inattesa leggerezza, l’apparizione cianciava rivolto agli astanti di tradimenti e traditori. Il male era riuscito a penetrare persino lì dentro. Ma lui lo sconfiggerà, a prescindere dai mezzucci a cui il nemico ricorrerà. Ecco la ragione di tale e assoluta pace sul volto del loro Messia. L’agitazione serpeggiò tra gli altri uomini che lo interrogarono a riguardo. Sulle loro bocche rimbalzava sempre la stessa strana domanda: «Sono forse io…?» Finché non arrivò la risposta tanto agognata, quando il futuro colpevole prese la parola ponendo quello stesso quesito di tre parole. Ma solo a lui rispose secco e perentorio: «Tu l’hai detto». Tutto morì senza conseguenza alcuna, davvero nulla sembrava preoccuparlo.
L’uomo sopraggiunto dall’oscurità della notte continuava a scrutare gli occhi che lo fissavano e le anime dietro di essi celate, sempre impassibile. Prese il pane e appena lo fece cadde un silenzio se possibile ancora più pesante, mozzando persino i respiri. Cominciò quindi a recitare strane benedizioni, parole mistiche che rimbombavano nella grande stanza. La voce anche se pacata suonava tonante, ultraterrena, e attorno alla persona che la emanava iniziò a vibrare uno strano alone. Le già flebili luci delle candele cominciarono a tremolare mosse da un vento impossibile: le finestre erano sprangate e tutti parevano statue. L’ombra dietro di lui perse i suoi contorni, dissipandosi.
«Accettate ciò che sto per offrivi, divorate questo mio corpo offerto in sacrifico per voi.»
Il pane iniziò a pulsare e a farsi umidiccio. La crosta bruciata cominciò a sbriciolarsi svelando un lucido e sanguigno muscolo. La pagnotta si fece carne. Un brivido attraversò gli osservatori di quel crudo spettacolo. Il pezzo di carne venne quindi suddiviso, tutte le mani si macchiarono di rosso finché ognuno non aveva il proprio pezzo di corpo stretto nel palmo. Poi l’oratore prese un calice, rese grazie a loro, e continuò come posseduto.
«Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, versato per molti per il perdono dei peccati.»
Il vino cominciò ad agitarsi ondoso. Il liquido si fece sempre più vermiglio e denso, più opaco, macchiando le pareti del calice. L’odore inconfondibile di ferro saturò l’aria. Il vino si fece sangue. E nell’eternità del silenzio si banchettò con quella carne e quel sangue. La loro ultima cena. Divorarono Dio così che fosse loro per sempre. Erano salvi, finalmente nella luce. E in pochi attimi uscirono, avanzando nel nero mondo esterno, come fiaccole.





